Karl Daniel Bach
Karl Daniel Bach (1756 -1829), attr., "La caduta del tempio"
Olio su tela, 117, 5 x 174,5 cm.
Firmato “Bach fecit” in basso a sinistra.
La tela raffigura un episodio di storia antica, l’assedio di Gerusalemme del 70 d.C., durante il quale le truppe di Tito sfondarono le porte della città e soppressero col sangue le rivolte della popolazione cittadina: il Secondo tempio venne raso al suolo, molti edifici furono distrutti e i civili massacrati e resi schiavi.
La caduta di Gerusalemme segnò la fine delle Guerre Giudaiche, con conseguenze politiche e religiose di vasta portata.
L’episodio funesto è qui rappresentato da Bach in tutta la sua drammaticità: sullo sfondo compiano rovine classiche, frammenti di colonne e di timpani di templi, che giacciono a terra tra i corpi. Per le strade imperversa un flusso incessante di soldati romani, in un turbinio caotico e violento di cavalli, redini, volti, elmi dai pennacchi rossi e stendardi di guerra. In primo piano figurano sei donne in catene: la fanciulla in basso a sinistra, ritratta di spalle, si riversa sulla giovane dal capo velato di fianco a lei, in un gesto carico di rassegnata disperazione. Dietro di lei, un’anziana regge tra le braccia un infante dai riccioli biondi, il quale tenta inutilmente di attirare l’attenzione della madre, la figura al centro.
La fanciulla, vestita con stoffe e gioielli preziosi, siede con le mani congiunte in atteggiamento di lutto; ella fissa il suolo con profonda mestizia e rassegnazione: un crudele destino attende lei e le sue compagne.
Il composto dolore della giovane lascia spazio alla rabbia nella figura in basso a destra, raffigurata a petto nudo con le mani legate dietro la schiena. I suoi occhi scuri e le ciglia aggrottate aggrediscono l’osservatore, costretto ad incontrare uno sguardo emotivamente lacerante, un misto di collera, ira e disperazione. Accanto a lei una donna vestita di verde guarda lontano, oltre la sciagura, oltre la battaglia. Ha accettato la sua condizione.
La superficie pittorica è liscia, la pennellata morbida ma dai contorni definiti, mentre le ombre sembrano sopraffare le architetture, divorando ciò che resta. Gli incarnati delicati delle prigioniere contrastano con i toni terrosi e scuri di ciò che le circonda, aumentando la percezione del divario tra carnefice (i soldati romani) e vittima (le schiave).
La bellezza dell’opera è sita nella sua carica drammatica, espressa dalla concitazione dei soldati romani e la scia di distruzione che lasciano sul loro cammino, dalla geometria austera degli edifici classici, dalla sofferenza delle donne catturate e ridotte in schiavitù. È un dipinto carico di pathos, capace di catturare l’osservatore.
Testi a cura di Anna Vocale
| Anno | 1756 -1829 |
| Tecnica | Olio su tela |
| Dimensioni | 117,5x174,5 cm |