Antonio Mancini
Roma 1852 - Roma 1930
Antonio Mancini nasce a Roma il 14 novembre 1852. Manifesta un talento visivo così precocissimo e dirompente che la famiglia decide di trasferirsi a Napoli per permettergli di iscriversi, a soli dodici anni, al prestigioso Istituto di Belle Arti. Qui incontra il maestro Domenico Morelli e stringe un sodalizio fraterno con lo scultore Vincenzo Gemito. Nella Napoli post-unitaria, Mancini rifugge le convenzioni accademiche e si immerge nella vita dei vicoli: i suoi primi soggetti sono scugnizzi, piccoli musicanti ambulanti, acrobati e ragazzini di strada. In queste opere la crudezza del verismo napoletano si fonde con una sensibilità malinconica, dando vita a immagini di una potenza espressiva immediata e struggente.
La ricerca di Mancini è un'ossessione pura rivolta alla luce e alla consistenza del colore. Verso la fine degli anni Settanta dell'Ottocento compie due soggiorni fondamentali a Parigi, dove entra in contatto con l'impressionismo e lavora per il celebre mercante d'arte Goupil. Tuttavia, la pressione del mercato dell'arte e il temperamento fragile e ipersensibile lo portano a un grave crollo nervoso. Nel 1881, tornato in Italia, viene ricoverato per diversi mesi in un ospedale psichiatrico a Napoli. Questa dolorosa esperienza segna uno spartiacque: la sua pittura, anziché spegnersi, si fa ancora più estrema, materica e visionaria. Mancini inizia a stendere il colore a colpi di spatola, accumulando strati spessi di pigmento e inserendo fisicamente sulla tela materiali estranei come frammenti di vetro, specchi, stagnola e pezzi di stoffa per catturare e riflettere la luce in modi mai visti prima.
Per governare la prospettiva e le proporzioni delle sue composizioni sempre più caotiche e stratificate, l'artista brevetta la "grata": un telaio di fili tesi a reticolo posto tra sé e il modello, di cui restano spesso i segni geometrici visibili sulla superficie pittorica finale. A partire dagli anni Novanta, stabilitosi definitivamente a Roma e sostenuto dal mecenatismo di collezionisti internazionali – tra cui spicca l'inglese John Singer Sargent, che lo definirà il più grande pittore vivente –, Mancini viene riscoperto e celebrato. Diventa un ritrattista conteso dall'alta società romana e internazionale, trasformando ogni effigiato in un pretesto per sontuose e audaci sperimentazioni cromatiche.
Negli ultimi anni, la critica ufficiale riconosce finalmente l'assoluta modernità della sua tecnica, che anticipa di decenni le ricerche dell'arte informale e materica del Novecento. Nel 1929 viene nominato Accademico d'Italia, un coronamento istituzionale che giunge poco prima della fine. Antonio Mancini si spegne a Roma il 28 dicembre 1930. Viene sepolto nella Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio sull'Aventino, lasciando l'eredità di un uomo che ha consumato la propria esistenza sull'orlo del baratro psicologico per trasformare la pittura in pura, densa e vibrante materia luminosa.